L’apocalisse del dato
Per gli invasati del culto dell’algoritmo i Big Data sono motore immobile ed eschaton. Sono un traduttore universale per articolare finalmente la teoria del tutto. Ne parlano con un’intonazione apocalittica, come se l’avvento del dato fosse un’apoteosi ineluttabile, da credere (e favorire, se necessario) con piglio dogmatico. E’ un articolo di fede basato su leggi indiscutibili, prima fra tutte la legge di Moore sull’incremento esponenziale dei transistor in un circuito integrato, vecchia nozione sulla quale generazioni di pensatori futurizzanti, transumanisti, estropiani, singolaritiani e altre specie ignote agli utenti meno esperti hanno costruito l’idea della singolarità, il punto in cui l’accelerazione tecnologica sfonderà la barriera della biologia.
18 AGO 20

New York. Per gli invasati del culto dell’algoritmo i Big Data sono motore immobile ed eschaton. Sono un traduttore universale per articolare finalmente la teoria del tutto. Ne parlano con un’intonazione apocalittica, come se l’avvento del dato fosse un’apoteosi ineluttabile, da credere (e favorire, se necessario) con piglio dogmatico. E’ un articolo di fede basato su leggi indiscutibili, prima fra tutte la legge di Moore sull’incremento esponenziale dei transistor in un circuito integrato, vecchia nozione sulla quale generazioni di pensatori futurizzanti, transumanisti, estropiani, singolaritiani e altre specie ignote agli utenti meno esperti hanno costruito l’idea della singolarità, il punto in cui l’accelerazione tecnologica sfonderà la barriera della biologia. A Google sono in molti a essere convinti che “la singolarità è vicina”, come dice da decenni quello che è contemporaneamente il capo degli ingegneri e dei sacerdoti di Mountain View, Ray Kurzweil.
Per quelli appena meno invasati chiamare in causa i Big Data per spiegare qualunque cosa è prassi da manuale di conversazione, ché a parole si porta parecchio l’idea che tutto possa essere scomposto in dati, filtrato, codificato, decrittato, analizzato e risputato come una formula magica che sposta i mercati, vince le elezioni, prevede i comportamenti. Nel libro “Big Data: A Revolution That Will Transform How We Live, Work, and Think” Viktor Mayer-Schönberger e Kenneth Cukier parlano di “datificazione”, processo che consiste nel “prendere un fenomeno e dargli un formato quantitativo per poterlo incasellare e analizzare”. Secondo Schönberger e Cukier, l’intero spettro dell’esistente può essere scisso e osservato, dai processi biologici alla soggettività dei sentimenti. La “sentiment analysis” smonta e passa al vaglio un testo per rintracciarne la soggettività latente ed estrarla grazie a una sorta di maieutica digitale. Messa su larga scala, in formato “big”, questa pratica dovrebbe abbracciare e classificare l’intero spettro dei sentimenti umani.
Per quelli appena meno invasati chiamare in causa i Big Data per spiegare qualunque cosa è prassi da manuale di conversazione, ché a parole si porta parecchio l’idea che tutto possa essere scomposto in dati, filtrato, codificato, decrittato, analizzato e risputato come una formula magica che sposta i mercati, vince le elezioni, prevede i comportamenti. Nel libro “Big Data: A Revolution That Will Transform How We Live, Work, and Think” Viktor Mayer-Schönberger e Kenneth Cukier parlano di “datificazione”, processo che consiste nel “prendere un fenomeno e dargli un formato quantitativo per poterlo incasellare e analizzare”. Secondo Schönberger e Cukier, l’intero spettro dell’esistente può essere scisso e osservato, dai processi biologici alla soggettività dei sentimenti. La “sentiment analysis” smonta e passa al vaglio un testo per rintracciarne la soggettività latente ed estrarla grazie a una sorta di maieutica digitale. Messa su larga scala, in formato “big”, questa pratica dovrebbe abbracciare e classificare l’intero spettro dei sentimenti umani.
Il sistema di sorveglianza Prism, guidato dalla National Security Agency, è il trionfo dei Big Data, massa informe e tendenzialmente infinita che viene raffinata per estrarne informazioni vitali per la sicurezza nazionale. La “datificazione” non è un fenomeno nuovo. L’èra digitale ha provveduto ad accelerare vertiginosamente il processo iniziato con la scienza moderna, tanto da rendere le osservazioni sul dominio dell’algoritmo di Christopher Steiner nel suo “Automate This”, uscito in America lo scorso anno, sofisticati luoghi comuni da servire al bar. I Big Data applicati alla sicurezza nazionale, poi, sono un’altra vecchia conoscenza. Robert McNamara era ossessionato dai numeri. Quando è stato nominato alla guida del Pentagono, nel 1961, ha preso a raccogliere un’enorme quantità di informazioni su qualunque aspetto della sicurezza e ha creato squadre di statistici per ordinare e digerire i dati. Lo studio di una massa enorme di dati era la via obbligata per prendere decisioni razionali attorno a uno scenario complesso. Il “body count” in Vietnam sarebbe stato una trovata statistica favolosa per monitorare l’andamento della guerra se soltanto non ci fossero stati di mezzo gli uomini, con paure, difetti e manchevolezze non matematizzabili. Prism realizza con precisione e su larga scala i sogni di McNamara. Lo pratica grazie all’aiuto delle compagnie tecnologiche che hanno costruito la loro fortuna sull’analisi dei dati, le stesse che ora chiedono con toni scandalizzati al governo americano di dimostrare al pubblico che loro sono vittime, e non complici, delle massicce intercettazioni ordinate dalla Casa Bianca.
Non c’è dubbio che aziende come Google basino le loro strategie sui Big Data; evitano con cura di usare quell’espressione che condivide pericolosamente l’aggettivo con il Big Brother e il Big Government, ma di fatto praticano l’arte dello sfruttamento dei dati che gli utenti lasciano come tributo alla rete. Il problema è se i Big Data siano un prodotto inevitabile dell’evoluzione, un fenomeno come un temporale o la fotosintesi clorofilliana, oppure siano parte di “una tendenza tecnologica che noi abbiamo reso possibile” e che dunque possiamo controllare, come sostiene Chris Hughes, cofondatore di Facebook e direttore della rivista New Republic. Per i seguaci apocalittici dei Big Data, Prism è un passo necessario nell’evoluzione tecnologica; per gli altri è ancora la libertà umana a discernere cosa controllare e cosa no, quali comunicazioni approfondire per difendere la sicurezza e quali scartare perché inutili allo scopo. L’origliamento massiccio da Big Data può essere virtuoso e persino salvifico; ma può anche essere capzioso e distruttivo, come dimostra Edward Snowden, la talpa rifugiata in territorio nemico.